Narcisismo e social network

Narcisismo e social network

Nella società odierna l’aderenza al valore del potere e dell’immagine favorisce una cultura narcisistica, in cui predomina l’apparire e l’instaurare relazioni superficiali piuttosto che l’essere e il “mettersi in gioco” in relazioni profonde. Ed è la rete terreno fertile anche per la crescita, per lo sviluppo e per il mantenimento del narcisismo.

Il profilo della persona narcisista nei social network 

Il narcisismo si riferisce a tratti di personalità che rispecchiano un “gonfiato” e grandioso senso di sé. Le caratteristiche predominanti riflettono un pervasivo senso di unicità e un sentimento che “tutto gli sia dovuto”.

A livello relazionale la persona, con una prevalenza di tratto narcisista, tende a non investire su relazioni durature e nega a sè stesso sentimenti quali il calore affettivo, l’intimità e l’empatia. La persona con un tratto narcisistico, nei casi di persona legata all’importanza dell’immagine, è molto capace di intraprendere velocemente relazioni e di manipolarle per apparire popolare e una persona di successo.

Utilizza le relazioni interpersonali per aumentare e/o mantenere alto il suo senso di autostima; è come se la persona per sentirsi viva ha necessità di essere ammirato dagli altri. Questa necessità si coniuga molto bene dal nuovo modo di relazionarsi e comunicare attraverso i social network, come facebook, istangram, myspace, ecc.

I social network diventano dei “catalizzatori” del suo apparire affascinante, del suo sentirsi ammirato per soddisfare il bisogno di riconoscimento e di superiorità. In tal senso il narcisista infatti, viene anche paragonato ad un vampiro affettivo.

Perché il narcisista utilizza il potere dell’immagine?

Il narcisista utilizza il fascino sia con l’intento di instaurare relazioni sessuali effimere che per stabilire relazioni amicali, al fine di essere sostenuto nell’autostima, nel profilo covert-celato, idealizzando l’altro e quindi di riflesso sé stesso,  e di mantenere un’alta autostima nel profilo overt-manifesto (vedi Narcisismo overt e covert: le due facce della stessa medaglia).

Il potere dell’immagine nei social network serve ai narcisisti, nella vita virtuale come nella vita reale, in quanto come afferma Lowen (1983)

“è un gioco di potere, come lo è ogni manovra seduttiva”.

Il potere lì protegge dalle umiliazioni che hanno subito nell’infanzia dalle persone criterio (genitori o chi ne ha fatto le veci, insegnanti, ecc), le quali a loro volta utilizzavano il potere come mezzo di controllo (sia fisico che psicologico).

Nelle tipologie di persone caratterizzate da un prevalente tratto narcisistico, in base alle ferite del sé scaturite dalla relazione di attaccamento “non sana” e da un assetto biologico predisponente, si può arrivare fino ad un disturbo di personalità.  Molti profili infatti, come quelli istrionici, bordeline, ossessivo compulsivi, schizotipici, paranoidi e antisociali hanno come caratteristica comune il narcisismo, pur presentando delle loro caratteristiche specifiche (vedi i disturbi di personalità).

Ciò che caratterizza l’alto profilo narcisista rispetto agli altri tratti è la grandiosità, il bisogno costante di attenzione dagli altri per essere ammirati, credono di aver raggiunto la perfezione, e hanno timore che vengano rilevati su di sé difetti e imperfezioni.

Come la Rete “alimenta” il profilo del narcisismo digitale?

I social network -facebook, twetter, instangram, ecc- permettono di instaurare molte relazioni di tipo superficiale; questo soprattutto nel profilo di narcisismo overt, il quale è abile nell’instaurare relazioni di questo tipo. Dalle ricerche è emerso infatti che una delle caratteristiche che descrivono tale profilo narcisistico è il possesso dell’alto numero di amici, o dal misurare il numero di “like” che hanno.

Attraverso i social network le relazioni amicali possono essere molte, da centinaia a migliaia, e più facili da sostenere condividendo dei post rispetto ad una relazione autentica e reale “vis a vis”.  Si può affermare che la “Rete” facilita al narcisista la possibilità di instaurare tante relazioni superficiali. Accade di sentire persone che affermano “siamo amici su facebook, ma quando mi incontra per strada neanche mi saluta”. Il narcisista stando attento a porre l’immagine migliore di sé, può inserire foto attraenti e descrivere, attraverso l’informazioni su di sé, l’immagine che si vuole essere.

Il narcisismo nei sociali network risulta essere correlato all’alto numero di amici, all’esagerata promozione della propria immagine e alla presentazione di sé.

Ed ancora nei profili personali di facebook, instagram, twetter, ecc. sono risultati narcisisti coloro che hanno inserito nella maggior parte delle loro foto immagini in cui sono attraenti, sensuali e provocatori.

Per quanto riguarda le foto postate dai narcisisti, rispetto alle persone che non possiedono tale tratto o che lo possiedono in modo “salutare”, quale sano narcisismo, pubblicano sostanzialmente foto affascinanti, fashion, cioè si può dire perfette!

Sintomi del narcisismo digitale

Si può parlare di una sorta di narcisismo digitale, che da quanto afferma il professor Cantelmi (2012), nel momento in cui la persona presenta dei sintomi che possono essere più o meno vissuti e che debbano essere almeno 5 e sono:

  • stare sempre al centro della “web attenzione”;
  • essere impegnati a soddisfare i propri bisogni;
  • non tollerare rinvii o ostacoli;
  • essere seducenti, convincenti e manipolatori;
  • essere competitivi, esibizionisti e megalomani;
  • essere arroganti, egocentrici, intimidatori e aggressivi;
  • essere talvolta sprezzanti, invadenti e insensibili;
  • sentirsi superiori agli altri e di conseguenza pretendere privilegi e riconoscimenti;
  • non accettare critiche, né consigli, né dipendere dagli altri;
  • essere affascinati da chi è “sotto i riflettori”, ma anche essere molto invidiosi;
  • proiettare “parti di sé” sugli altri per soddisfare i propri bisogni;
  • se ostacolati i narcisisti reagiscono con scoppi di rabbia o più raramente con distimia e sintomi depressivi.

La dipendenza patologica del narcisista dai social network

Il concetto di Internet Addiction (internet dipendenza o retomania) nasce negli Stati Uniti intorno agli anni ’90 in cui lo psichiatra americano Ivan Goldberg (1995) definisce le caratteristiche psicopatologiche che poi sono state riprese e ampliate da Young (1996). In generale si fa riferimento alla tolleranza (bisogno di trascorrere crescente quantità di tempo su internet), sintomi di astinenza (irritabilità, ansia e tristezza) e credere di avere il controllo.

La persona con un prevalente profilo narcisista può giungere, nel caso di patologia,  a forme di dipendenza dalla Rete, definito da Cantelmi e Talli (2007) “addicted per azione”, in cui i vari social network simboleggiano gli specchi della vanità e del potere narcisistico.

La dipendenza dalla Rete, retomania o internet addiction nel narcisista si innesca per ricercare fantasie di successo, potere, fascino e bellezza illimitati.

La patologia di dipendenza dalla Rete nel narcisista, come nelle altre forme di dipendenza a cui può andare incontro, si può leggere come colmare quel vuoto tra il suo falso sé e i bisogni negati. Il narcisista nelle relazioni di attaccamento con le persone criterio o caregiver (genitori e chi ne ha fatto le veci), è stato umiliato e/o genitori quale forma di dipendenza “sana” dagli altri, è stato costretto a costruire un falso sé, rinunciando al suo sé reale.

Bibliografia

Lowen, A. (1983). NARCISISMO. Denial of the True Self, Macmillan Publishing Company (trad. it. Il Narcisismo. L’identità rinnegata, Milano, Feltrinelli Editore, 1985).

Wink, P. (1991). Two faces of narcissism. Journal of Personality and Social Psychology, 61, 590-597.

Cantelmi T., Talli M. (2012). Condotte tecno additive nell’era del narcisismo digitale Formazione Psichiatrica n. 2-3 Maggio-Dicembre, 41-46 http://www.toninocantelmi.it/userfiles/articolo-scientifici/condotte%20tecno-additive.pdf

Goldberg I. (1995). Internet Addiction Disorder. IAD, in Cinti M. E.(a cura di) Internet Addiction Disorder un fenomeno sociale in espansione (pp.6-7). http://www.iucf.indiana.edu/brown/hyplan/addict.html.

Young K. S. (1996) Internet Addiction: The emergence of a new clinical disorder CyberPsychology and Behavior, Vol. 1, No. 3, 237-244.

Narcisismo overt e covert: le due facce della stessa medaglia

Narcisismo overt e covert: le due facce della stessa medaglia

Ingenuo, perché ti affanni a cercar di afferrare un’ombra che ti sfugge?

Non esiste quello che cerchi…Quello che ammiri non che un tenue riflesso sull’acqua che se ne andrà quando andrai via tu (Ovidio, Le metamorfosi, III 433),

Caratteristiche del narcisista

Come le due facce della stessa medaglia, ciò che accomuna due persone, uomo o donna che siano, con una tipologia di narcisismo overt -manifesto e narcisismo covert –celato sono le seguenti caratteristiche:

  • bisogno di ammirazione da parte degli altri
  • fantasie di grandiosità
  • sentimento che “tutto gli sia dovuto”
  • mancanza di empatia
  • rafforzamento della propria autostima attraverso l’ammirazione degli altri
  • tendenza allo sfruttamento degli altri/manipolazione
  • sentimenti di arroganza, intolleranza, scarso controllo degli impulsi (aggressivi e erotici).
  • egoismo

Entrambe le suddette tipologie, overt e covert, si differenziano, nella patologia, lungo un continuum, che va da un livello minimo quale tratto caratteriale, fino a raggiungere l’altro estremo con un disturbo di personalità (vedi Disturbi di personalità), caratterizzato da alta pervasività).

Nello specifico il livello di empatia è il termometro che misura il livello di gravità del narcisismo.

Tipologie di narcisismo

Esiste un narcisismo sano, ossia un adeguato livello di investimento personale verso se stessi, che conduce ad una solida conoscenza di sé (self-concept), a spingersi verso sane ambizioni, a nutrire sentimenti di vitalità e di creatività verso una continua crescita personale. Una sana trasformazione del narcisismo nell’infanzia spiega l’empatia e l’insight psicologico nell’adulto.

Insight: in termini psicologici si può tradurre con le parole intuizione e presa di coscienza.

E’ un termine di origine inglese usato in psicologia per descrivere un’improvvisa e immediata intuizione -emotiva e cognitiva- rispetto a delle scelte, vissuti, ecc.

L’Oxford dictionaries ne spiega il significato nei termini di capacità di ottenere un accurate e profonda comprensione di qualcuno o di qualcosa.

Diversi studiosi, nel corso dell’attività clinica, hanno evidenziato che esistono diverse modalità di manifestazione del narcisismo, che diverge dalla solita immagine che nella cultura e nell’immaginario collettivo si ha del narcisista, quello di forma esibizionista-overt. La stessa enfasi è stata posta per la classificazione del disturbo narcisistico di personalità che nella stesura del DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) è stato sempre trattato facendo riferimento alla tipologia overt, seguendo l’elaborazione operata da Kernberg.

La forma alternativa di narcisismo che può manifestarsi sotto altre vesti, è la tipologia covert caratterizzata da inibizione e timidezza. Infatti, l’opposta natura dell’autostima del narcisista, che in quesa tipologia ha un’autostima bassa, ha dato origine ad una seconda atipica manifestazione del narcisismo, caratterizzata appunto da introversione, mancanza di fiducia di sè; tutto questo è ciò che la persona manifesta attraverso i suoi atteggiamenti e comportamenti, i quali mascherano una sottostante, esagerata arroganza, sentimenti che “tutto gli sia dovuto” ed esibizionismo (Kernberg, Kohut, Wink).

Masterson (1993) distingue una forma gonfia/esibizionista e una svuotata/ritirata di narcisismo. Entrambe le tipologie hanno una strutturazione psichica risultante dalla unione di una rappresentazione grandiosa di sé stessi ed una rappresentazione onnipotente dell’altro. Ciò che lì distingue è l’investimento emotivo principale, per il primo è verso sé stesso e per il secondo verso gli altri.

La forma gonfia/esibizionista della persona narcisista ha una rappresentazione di sé grandiosa e tende a svalutare le persone che non manifestano ammirazione nei suoi confronti (Es. sono il più bravo psicologo del mio settore, ho fatto di tutto per arrivarci e gli altri mi servono per ammirarmi, seguirmi e adularmi).

La forma svuotata/ritirata della persona narcisista ha una rappresentazione di sé inadeguata, con sentimenti correlati di umiliazione e rifiuto; per mantenere un sé grandioso vive di luce riflessa degli altri, attraverso la loro idealizzazione. (Es. come persona non valgo niente, ma se tu sei perfetto, un eccellente professionista o un buon amante, se sto insieme a te anch’io sono come te).

Millon (1996) distingue una forma elitaria e compensatoria di narcisismo.

La forma elitaria della persona narcisista, crede di essere superiore e speciale rispetto agli altri, anche nel caso in cui non raggiunge nella vita risultati che lo possano far sentire tale.

La forma compensatoria della persona narcisista, consapevole del suo vuoto interiore, cerca di colmarlo attraverso l’illusione della sua superiorità rispetto agli altri.

Tipologia di narcisismo: covert e overt

Ad oggi, gran parte degli esperti per descrivere e classificare le due tipologie di narcisismo  si rifanno soprattutto a Wink (1991).

Wink distingue una tipologia overt (grandioso/esibizionista) e covert (vulnerabile/sensibile) di narcisismo. La prima rappresenta una tipologia di narcisismo manifesto, mentre la seconda una tipologia di narcisismo celato.

Il narcisista overt, è caratterizzato da un’alta autostima, è estroverso presenta un alto senso di superiorità o pensa di far parte di un elitè superiore, manifesta aggressività, esibizionismo, ossessione per il successo, potere, autoindulgenza, un bisogno di essere dominante nelle relazioni interpersonali.

Instaura soprattutto relazioni interpersonali per poter essere ammirato e compiaciuto. Infatti è in grado di costruire tante relazioni interpersonali, ma sono essenzialmente superficiali e esprime una grande fiducia in sé. Le persone le servono per sostenere la sua grandiosità, per raggiungere i suoi desideri e obiettivi. Se gli altri non riconoscono tale leadership o non le viene riconosciuta l’ammirazione di cui ha bisogno può reagire con comportamenti e atteggiamenti collerici.  Nella vita familiare tende a dare più importanza ai figli che al partner.

Malgrado le occasionali illusioni di onnipotenza, il narcisismo attende da altri la conferma della sua autostima. Non può vivere senza un pubblico di ammiratori (Christopher Lasch).

Il narcisista covert, è caratterizzato da bassa autostima, è introverso, sensibile alle critiche e ai giudizi degli altri, svaluta se stesso e idealizza gli altri. Vive un senso di inferiorità e di inadeguatezza. I sentimenti di grandiosità, sono presenti anche in questa tipologia, ma rimangono come fantasie personali, in quanto non si sente in grado di poterle attuare. Attraverso l’idealizzazione dell’altro “gonfia” il suo sé. L’idealizzazione è l’esaltazione del valore e delle qualità di una persona, che non si attribuisce a sé e la vede come un’immagine riflessa nell’altro quale valore di “perfezione”.

L’atteggiamento esterno e che arriva alle persone è caratterizzato da timidezza e umiltà. Tende ad essere evitante nelle situazioni sociali. Tali caratteristiche potrebbero ingannare, pensando a una persona empatica, ma anche questa tipologia è molto centrata su di sè. Possono essere persone tendenzialmente invidiose e denigratorie nei confronti degli altri.  La persona con un profilo narcisista covert presenta sintomi depressivi e ansiosi. Alcune ricerche hanno dimostrato una correlazione tra questa forma di narcisismo e caratteristiche delle diverse forme di dipendenza, affettiva e da droghe.

L’uomo ama idealizzare, ma quando il sogno diviene realtà scatta l’indifferenza (Marcel Proust),

Bibliografia

Masterson, J.F. (1993). The emerging self: a developmental, self and object relations approach to the treatment of the closet narcissistic disorders of the self. New York: Bruner/Mazel.

Wink, P. (1991). Two faces of narcissism. Journal of Personality and Social Psychology, 61, 590-597.

Wink, P. (1992). Three narcissism scales for the California Q-set. Journal of Personality Assessment, 58, 51−66

 

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Ti amo perchè ho bisogno di te: dipendenza affettiva da in salute a tossico

dall’amore sano all’amore tossico

 

 

“Nessuno può completarci. Dobbiamo essere noi a completare noi stessi.
Se non ci riusciamo la ricerca dell’amore diventa autodistruzione. E noi ci illudiamo che questa autodistruzione sia amore…”
E. Jong “Paura di volare”

 

Cos’è una dipendenza affettiva, sana ?

Ho bisogno di te perché ti amo

In una relazione sana e integra, l’indipendenza autentica è basata sulla capacità di dipendere dall’altro e allo stesso tempo si consente all’altro di dipendere da noi (Lingiardi, 2005).

Questa definizione sta a significare che nei contesti sociali in cui siamo immersi una qualche forma di dipendenza affettiva sia necessaria e naturale.

La famiglia e gli amici sono per l’individuo fondamentali alla sua sopravvivenza e protezione. L’uomo infatti, come la maggior parte dei mammiferi è un animale sociale. Quindi la salute sociale, quale dimensione del benessere, riguarda le interazioni individuali con gli altri; l’essere inseriti nelle diverse reti sociali rappresenta un punto di partenza per poter costruire legami con altre persone e usufruire di relazioni di sostegno che fungono da appoggio moderatore (fattori protettivi) agli effetti negativi dell’esposizione a difficoltà nella vita. In altre parole, una qualche forma di dipendenza sociale di tipo affettiva, sia nel rapporto genitori-figli che nel rapporto tra adulti è insita nella natura dell’essere umano.

Nella relazione affettiva ogni persona porta con sé modalità relazionali, stili di attaccamento e costrutti che vengono trasmessi da una generazione all’altra – livello transgenerazionale. La trasmissione transgenerazionale avviene attraverso il processo di interiorizzazione che il bambino fa proprio, sulla base della reali esperienze vissute con le figure di attaccamento (persone criterio).

Se i genitori o le persone criterio importanti per il bambino sono stati in grado di soddisfare i bisogni di sicurezza e di autonomia in modo coerente e continuo, il bambino e poi l’adulto, consoliderà un assetto emotivo e cognitivo sano.

Cosicché, l’adulto sarà capace di stabilire relazioni (dipendenza) affettive quando avrà interiorizzato dentro di sé la capacità emotiva e cognitiva dell’essere dipendente e indipendente in modo complementare.

Bowlby (1979) cita “la fiducia negli altri e la fiducia in se stessi sono non solo compatibili, ma addirittura complementari”. L’integrità della persona sarà modulata in base alle richieste e ai problemi che si affrontano nella vita di coppia.

Questo indica che in una relazione affettiva sana ci saranno momenti della vita in cui una persona sarà di sostegno al partner; nel caso, per esempio, uno perda il lavoro e si senta triste e sfiduciato, l’altro gli sarà vicino emotivamente e l’accudirà; viceversa nel caso in cui, per esempio, uno dei due partner voglia intraprendere una nuova attività, l’altro lo sosterrà alla sua autonomia e alla sua realizzazione personale.

 

Cosa avviene in relazioni di coppia con una dipendenza affettiva disfunzionale 

In una relazione di coppia si ha una dipendenza affettiva disfunzionale quando in uno, o entrambi, partner è presente una condizione di sbilanciamento rispetto alla prevalenza di dipendenza o indipendenza, e un irrigidimento nell’aspettativa di un certo e unico tipo di ruolo. Nella relazione si instaurano così, forme “rigide e immodificabili” sia di dipendenza che di pretese, eccessive e illusorie, d’indipendenza.

Questo sbilanciamento verso l’una o l’altra dimensione comporterà le relazioni affettive disfunzionali in cui ad esempio:

la persona A sarà di sostegno affettivo verso la persona B; la persona B non sarà in grado di sostenere la persona A, piuttosto tenderà ad evitare il dolore o problema di A.

Il primo (A) rappresenta una persona con una dipendenza affettiva disfunzionale che nell’evitare l’angoscia di essere abbandonato accoglierà i desideri e i bisogni dell’altro; mentre il secondo (B) rappresenta una persona con una controdipendenza affettiva disfunzionale -di tipo distanziate -evitante – che nega a sé il suo bisogno dell’altro.

Diversamente da quanto descritto nell’articolo migliorare la relazione di coppia, nella dipendenza affettiva disfunzionale c’è l’illusione di cristallizzare il rapporto, vivendo comunque nell’angoscia che qualcosa possa cambiare. La persona con una dipendenza affettiva disfunzionale non riesce ad accettare i limiti e i cambiamenti naturali all’interno della coppia.

Come ci si sente in relazioni di coppia con una dipendenza affettiva disfunzionale 

Il sentimento che prevale nella persona con dipendenza affettiva è l’angoscia di essere abbandonata, vive nel costante pericolo della separazione e così ritrovandosi in balia di sé stessa. L’ansia rappresenta il forte bisogno di anticipare accadimenti e situazioni da affrontare per ridurre la sensazione di insicurezza e di novità, che è correlata al bisogno di controllo degli eventi, di sé, del partner e delle contesto in cui vive e si interfaccia. Questa ansia riporta la persona al suo essere “non in contatto” con il proprio sé, manifestando comportamenti stereotipati tipo: “essere il bravo/a figlio/a che se accudirà i genitori verrà amato e stimato da loro, altrimenti sarà fragile, cattivo/a e inadeguato/a, quindi indegno di essere amato/a”.

Le relazioni di dipendenza affettiva disfunzionale possono riguardare anche il rapporto madre-figlio/a o padre-figlio/a, partners  (anche psicoterapeuta-cliente/paziente).

La dipendenza affettiva disfunzionale è il risultato di una distorsione del sé, dell’altro e della relazione.

La distorsione del sé riguarda la dipendenza completa dalla valutazione esterna delle persone criterio, genitori o chi ne fa le veci, che da adolescente e da adulto diventeranno anche i partner, o altre figure significative per la persona. Si sente incapace di cavarsela da solo e sente un forte bisogno di appoggiarsi agli altri. In tale accezione il costrutto rigido della persona è del tipo “se sono vicino al mio partner sono capace, se sono solo sono inadeguato e vulnerabile”; quindi crede che è meglio non intraprendere nuove esperienze, tanto fallirebbe.

La distorsione dell’altro e della relazione, concerne lidealizzazione del partner ricercando un rapporto simbiotico, ossia tenderà ad avere un sentimento di controllo sul partner per soddisfarne i bisogni; questo per la sua profonda paura di essere abbandonato/a e di rimanere solo/a.

Tutti i vissuti comporteranno una facile attrazione tra le due tipologie proprio per il bisogno di completamento della sua parte mancante. Su questo può essere d’aiuto la metafora della mezza mela, per cui le due anime gemelle sono complementari come le parti ottenute tagliando di netto una mela a metà.

Ti amo perchè ho bisogno di te: relazione affettiva da IO in salute a tossico

Tale bisogno di complementarietà comporta nella persona con una dipendenza affettiva disfunzionale un attrazione verso una persona affettivo evitante (controdipendenza affettiva) e allo stesso tempo quest’ultima si sentirà attratta dalla rassicurazione affettiva manifestata dalla persona con una dipendenza affettiva.

Solitamente la persona con una dipendenza affettiva disfunzionale sceglierà proprio per paradosso, partner che sono appunto, incapaci di amare, che hanno uno stile di personalità incentrato su un alto grado di egoismo e narcisismo. Questa scelta “condizionata” è il frutto del forte bisogno di sentirsi amati; questo bisogno la farà “agganciare”a persone che in apparenza sembrano piene di sé (narcisistici, psicopatici, ecc.), che nella fase iniziale della relazione sembrano manifestare sicurezza e autonomia. La relazione diventa dannosa nel momento in cui la persona con una dipendenza affettiva disfunzionale manifesta continue richieste di sostegno e amore che risulteranno per l’altro, privo di empatia e di accoglienza, invadenti e tenderà così a comportamenti freddi e distaccati, fino a giungere a possibili forme di violenza.

 

Sintomi della persona con una dipendenza affettiva disfunzionale

  • Bassa autostima nelle sue capacità, che richiede a sua volta la continua necessità di conferme dagli altri.
  • Donatore d’amore fino agli estremi, all’esaurimento psicofisico.
  • Considerevole difficoltà a dire di “no” alle richieste del partner e delle amiche e amici, familiari, ecc.
  • Continuo bisogno di controllo nel rapporto con il proprio partner con difficoltà a lasciarsi andare alla passione e alla sessualità.
  • Diminuzione graduale dei contatti affettivi e sociali con gli altri per mantenere il rapporto di dipendenza con il partner.
  • Ricerca continua di relazioni simbiotiche con il/i partner(s).
  • Sottomissione e tolleranza verso le “mancanze” “soprusi” pur di non separarsi dal partner.
  • Gelosia morbosa
  • Ansia e attacchi di panico
  • Angoscia o depressione ad ogni separazione o probabile abbandono.
  • Senso di colpa, rabbia profonda e risentimento verso il partner.

 

Cause di vivere le relazioni con una dipendenza affettiva disfunzionale

Durante il corso dello sviluppo il bambino interagisce con il suo ambiente facendo esperienze che lo gratificano e lo deludono e che andranno a far parte della costruzione e dello sviluppo dell’immagine di Sé. Nello stesso tempo nasce la necessità di soddisfare il bisogno di considerazione positiva, che verrà rivolto verso persone per le quali il bambino prova una considerazione particolarmente positiva, che sono definite da Rogers (1961) persone criterio. Il processo di soddisfazione del bisogno di considerazione positiva è bilaterale nel senso che il bambino soddisfacendo il bisogno di considerazione delle “persone criterio” soddisfa anche il suo bisogno che influisce sull’autostima e sul benessere psicologico.

La modificazione del processo di valutazione avviene, quando il bambino, che ha bisogno di considerazione positiva, di amore, da parte dei genitori, attua comportamenti che favoriscono l’appagamento di tale desiderio, nello stesso tempo può rendere frequenti comportamenti a lui graditi ma non degni di approvazione da parte dei genitori; se il genitore non è in grado di scindere il rimprovero dal comportamento inadeguato, dal fargli percepire la sensazione di minaccia di perdere l’amore dei genitori, tale comportamento tenderà a ledere e a minacciare la valutazione del suo sé organismico.

Ne consegue “che la considerazione positiva di persone per le quali il bambino prova una considerazione particolarmente positiva (persone criterio), può divenire una forza direttrice e regolatrice più forte del processo di valutazione organismico” (Rogers e Kinget).

Rifacendosi alla teoria dell’attaccamento di Bowlby, il dipendente affettivo può rientrare nel modello di attaccamento insicuro-evitante. La persona con una dipendenza affettiva disfunzionale è stata infatti, un/a bambino/a che dovuto crescere in fretta per prendersi cura di un genitore, soffocante e controllante, con problemi (di natura medica, o di dipendenza) in cui l’altro genitore era assente, e non ha potuto sperimentare, in un ambiente familiare sicuro, l’indipendenza e l’autonomia.

 

Tipologie di dipendenza affettiva disfunzionale

  • Codipendenza (“Sindrome della Crocerossina”): “Ti amo perché hai bisogno di me”
  • Passivo-dipendente: “Ti amo perché ho bisogno di te”
  • Aggressivo-dipendente: “Ti odio perché sei come me”

 

Conseguenze (effetti)

La persona con un vissuto di dipendenza affettiva disfunzionale è predisposta a patologie di tipo ansioso, fobico e da disturbo di attacchi di panico, quale espressioni da un lato, dal desiderio e dalla paura del contatto profondo con l’altro, dall’altro, dal bisogno di controllo del proprio “mondo interiore”.

Nel caso in cui ci siano fattori biologici predisponenti e vissuti personali molto gravi, tale dipendenza affettiva disfunzionale potrà evolvere in un disturbo di personalità Gruppo C comportamenti considerati “ansiosi” o “timorosi” con tendenza a una bassa autostima.

 

La psicoterapia umanistico esistenziale o rogersiana, è l’approccio e il luogo privilegiato in cui la persona potrà riprendersi la sua autonomia nella fiducia, costruita con il terapeuta, e nella libertà esperienziale, cognitiva ed emotiva.

Attraverso l’esplorazione di sé si avvierà un processo di cambiamento nel percepire parti di sé consentiranno una simbolizzare corretta rispetto alla dimensione della dipendenza e dell’autonomia e rivalutando la propria fragilità e la pericolosità del mondo.

Se ha dei dubbi su una possibile dipendenza affettiva (disfunzionale) verso il partner può fare il

 test sulla dipendenza affettiva. Il test è autovalutativo e non ha valore diagnostico, ma può essere un utile strumento di riflessione su come ci si pone a livello emotivo e cognitivo verso il partner.

 

Libri che si possono leggere:

“La principessa che crede nelle favole” di Marcia Grad Powers;  PIEMME edizioni

 

 

“Donne che amano troppo” di Robin Norwood; Feltrinelli edizioni

 

Film

Mon roi

Luna di fiele

Bibliografia 

Lingiardi, V. (2005), “Personalità dipendente e dipendenza relazionale: aspetti diagnostici, descrittivi e dinamici”, in Caretti V., La Barbera D.,  Le dipendenze. Milano, Cortina

World Health Organization (1986) Constitution of the World Health Organization. Basic Documents. 36th ed. Geneva,  World Health Organization

Rogers, C.R. (1961) On Becoming person. A Therapist’s View of Psychotherapy, Boston, Mifflin Company (trad. it. La terapia centrata sul cliente, Firenze, Martinelli, 1970).

Rogers, C.R., Kinget M. (1965-66) Psychothérapie et relations humaines. Théorie et pratique de la thérapie non-directive, Louvain, Studia Psychologica (trad. it. Psicoterapia e relazioni umane, Torino, Bollati Boringhieri, 1970).

Borgioni, M. (2015) Dipendenza e controdipendenza affettiva: dalle passioni scriteriate all’indifferenza vuota. Roma Alpes Italia

Verlato, M.L., Anfossi M. (2006) Relazioni Ferite. Prendersi cura delle sofferenze nel rapporto Io-Tu. Barletta Ed. la meridiana

 

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Depressione: cause, sintomi e conseguenze


La depressione è una malattia democratica: colpisce tutti. (I. Montanelli)

 

Che cos’è la depressione ?

La depressione è una malattia caratterizzata da un disturbo dell’umore – alterazioni del tono affettivo e del comportamento. Si può dire che è l’ “alone di grigio” che accompagna la persona nella sua vita quotidiana.

La depressione è diversa dalle usuali fluttuazioni momentanee dell’emozioni in risposta alle sfide di ogni giorno. Infatti, alcune persone manifestano sintomi depressivi legati a eventi di perdita, come un lutto, una separazione, una malattia, un licenziamento, un episodio di mobbing, di molestie sessuali, ecc. Diciamo che la tristezza ed una momentanea depressione è necessaria alla crescita psichica dell’individuo. Queste sono tutte esperienze forti, di dolore che ci segnano nella vita ma che poi si riescono a superare. Questa è la depressione reattiva, quindi secondaria ad un evento scatenante il disturbo.

Diversamente da esperienze di vita traumatiche, ci sono persone che manifestano un basso livello di umore senza una causa ben precisa un basso livello di umore non li abbandona per anni. Queste persone sentono una serie di vissuti come una mancanza di vitalità, una sensazione di un vuoto esistenziale, una perdita di interesse e piacere, quella tristezza di fondo ed ancora con continui e martorianti pensieri negativi.  Queste persone si sentono così depresse da non riuscire a svolgere, o riuscire con fatica, il proprio lavoro o andare a scuola.

Tipologie di depressione

Le diverse forme della depressione sono le seguenti:

  • depressione maggiore
  • depressione ansiosa, in cui il disturbo dell’umore è correlato all’ansia come gli attacchi di panico
  • depressione reattiva, appunto una reazione a eventi scatenanti come un lutto, una delusione, una violenza psicofisica, una separazione, un mobbing, un burnout
  • depressione indotta da droghe/farmaci
  • depressione causata da malattie organiche, neurologiche (ictus, morbo di Parkinson, l’ipotiroidismo, la sclerosi multipla).
  • depressione post-partum, rappresenta la malattia psichica relativa al puerperio che insorge entro le prime 4-6 settimane dopo il parto.
  • bipolare, patologie dove vi è un alternarsi di episodi depressivi maggiori o minori con episodi maniacali o ipomaniacali.

Sintomi

Spesso sentiamo dire “mi sento depresso”, la depressione non è un’emozione. Le emozioni collegate alla depressione sono la tristezza, la paura, la delusione e la vergogna. In cui spesso la persona manifesta come sintomo, l’evitamento delle emozioni fondamentali.

I sentimenti (attribuzione soggettiva da una o più emozioni, anche contrastanti) associati alla depressione sono caratterizzati da tristezza, scoraggiamento, malumore, vuoto o irritabilità. Spesso può accadere che il sentimento di tristezza è accompagnato da agitazione e rabbia, e l’ansia può lasciare un senso di insicurezza, disperazione e impotenza. A livello fisico la persona depressa può avvertire sensazioni di pesantezza, oppressione e difficoltà a muoversi.

Altri sintomi riscontrati in un episodio depressivo sono:

  • Un basso tono dell’umore o umore depresso
  • Una perdita di piacere e interesse verso qualsiasi attività
  • Un aumento dell’affaticabilità
  • Un severo cambiamento ponderale, aumento o diminuzione, del peso corporeo dovuto alle abitudini alimentari
  • Una carenza di desiderio sessuale
  • Una presenza di disturbi legati al sonno (aumento o diminuzione)
    Una presenza di dolori fisici
  • Una continua ruminazione mentale (la tendenza a pensare alla propria condizione psicofisica e alle possibili cause) Una bassa autostima
  • Una alto giudizio (negativo) versi se stessi
  • Una tendenza a pensare al suicidio

 Domandarsi perché quando cade la tristezza in fondo al cuore

come la neve non fa rumore (Emozioni. Battisti e Mogol).

Cause

La depressione è il risultato dall’interazione di fattori biologici, psicologici e sociali. I fattori biologici della depressione sono da imputare a modifiche della regolazione dei neurotrasmettitori e degli ormoni. Le persone che hanno passato eventi di vita avversi, come lutti e traumi psicologici, hanno più probabilità di sviluppare la depressione. Essa può inoltre, portare più stress e disfunzioni. La depressione può peggiorare gli eventi di vita della persona e della depressione stessa.

Ci sono interrelazioni tra la depressione e disturbi fisici. Per esempio i disturbi cardiovascolari possono portare alla depressione e viceversa. Quindi c’è una interrelazione reciproca tra malattia organica e umore depresso.

 

Diffusione del disturbo

Nel mondo si stima che circa 350 milioni di persone (Organizzazione Mondiale della Sanità, 2016) soffrono di depressione e ne sono affette tutte le fasce d’età. Il disturbo depressivo è più frequente nelle donne che negli uomini, con l’avanzamento dell’età aumenta il rischio di ammalarsi di depressione . Attualmente la depressione è stata considerata, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, la causa principale di disabilità, tra le malattie psicologiche e fisiche.

In considerazione dell’alta frequenza e la gravità delle possibili conseguenze del disturbo a livello mondiale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato la Campagna di sensibilizzazione e prevenzione al problema della depressione: Let’s talk

Campagna mondiale sulla depressione -OMS

Il 7 aprile  si celebra la Giornata Mondiale della Salute, dedicata alla depressione “Il primo passo è parlarne”.

 

Da vari studi emerge che su 10 persone che presentano sintomi correlati alla depressione solo 6 chiedono aiuto a professionisti sanitari o a familiari, amici per chiedere aiuto. Il disturbo depressivo è una malattia che in condizione di alti livelli di gravità, se non diagnosticato e non trattato con psicoterapia e eventualmente con antidepressivi, può condurre al suicidio. Il suicidio è la seconda causa di morte nelle persone tra 15-29 anni di età. Per quanto riguarda gli antidepressivi hanno risultati modesti e/o temporanei.

Bibliografia

La Sorveglianza Passi. Depressione. Istituto Superiore di Sanità: http://www.epicentro.iss.it/passi/dati/depressione.asp

World Health Organization. Depression. Factsheet: http://www.who.int/mediacentre/factsheets/fs369/en/

Mirabella, F., Michielin, P., Piacentini, D. et al., Depressione post partum: prevalenza e fattori associati in donne che hanno partecipato a corsi preparto  http://www.epicentro.iss.it/ben/2014/marzo/1.asp

Giusti, E., Bruni, F. (2009) Rischio suicidio, Ed. Sovera, Roma

 

Fobia sociale (ansia sociale)

Che cos’è l’ansia sociale?

L’ansia sociale (o fobia sociale) è caratterizzata dalla paura intensa di situazioni che implicano interazioni interpersonali, con altre persone o di prestazione -performance- scolastica o lavorativa, in seguito alle quali la persona attua un comportamento di evitamento. Si può dire che l’ansia sociale è la paura di essere giudicato e valutato negativamente da altre persone.

L’ansia sociale se non trattata, può comportare conseguentemente a disturbi come la depressione.

Provoca ansia la situazione sociale temuta, che può essere il contesto scolastico o lavorativo, nonostante la persona sia consapevole che la paura che sta provando in quel momento è eccessiva e irragionevole. Anche se la persona mentalmente (cognitivamente) è consapevole dell’irrazionalità della paura che sente, lo stato di incertezza vissuto verso il bisogno di esporsi in maniera efficace, tipo fare una buona impressione o essere all’altezza verso un compito o  una certa azione, in pubblico, la conduce ad evitarla per timore del giudizio altrui.

Si può manifestare il disturbo dell’ansia anche pensando solamente alla situazione sociale temuta. Solo al pensiero di doversi esporre in pubblico in una data situazione, comportando un evitamento; limitando così la persona di vivere “pienamente” la sua esistenza.

 

Sintomi

Nell’entrare in contatto con i contesti sociali temuti, oltre all’ansia (o angoscia) altri sintomi fisici che si possono manifestare sono i seguenti:

  • tachicardia
  • respirazione accelerata
  • tremore e sudorazione
  • dolore al petto
  • sentire un nodo allo stomaco
  • sensazione di malessere

 

Tipologie di ansia sociale

Si differenziano solitamente due tipologie di ansia sociale:

  • Semplice. Alcuni tipi di ansie sociali (fobie sociali) sono connesse a specifiche situazioni di prestazioni, come ad esempio per uno studente sostenere un’interrogazione, davanti al professore e alla classe; oppure un lavoratore che ha timore di prendere parola alle riunioni di lavoro per paura di esporsi alle critiche dei colleghi e/o del capo. E’ altamente preoccupato dell’opinione e del giudizio che gli altri hanno di lui. Cosicché la persona prova ansia sociale solo per alcuni contesti in cui deve parlare in pubblico.

 

  • Generalizzata. Ansia sociale in cui la paura pervade tutti gli ambiti in cui sono presenti situazioni sociali, fino alla fase in cui la persona si barrica a casa. In questi casi la pervasività coinvolge tutta l’esistenza della persona e nei diversi contesti sociali; in questi casi ci si trova ad affrontare un disturbo evitante della personalità (Disturbi della personalità).

 

Film

Il discorso del re

Emotivi anonimi

Il favoloso mondo di Amelie

 

 

 

 

 

 

 

 

Disturbo ossessivo-compulsivo

disturbo ossessivo-compulsivo

Il disturbo (o nevrosi) ossessivo-compulsivo (DOC)  è caratterizzato da pensieri, impulsi o azioni frequenti e persistenti che provocano stati d’ansia. La persona infatti, pur essendo consapevole di ciò che le accade non riesce a liberarsene, e attua comportamenti e azioni, anche solo mentalmente, per tentare, senza esito positivo, di ridurre il disagio.

Nella condizione di disturbo ossessivo-compulsivo l’ansia è presente come conseguenza dei sintomi ossessivi e compulsivi. Riguardo ai sintomi risulta che circa l’80% delle persone che soffrono di tale disturbo abbiano entrambi i sintomi, le ossessioni e le compulsioni, mentre solo il restante 20% delle persone manifesta uno solo dei due sintomi.

Per chiarezza, è necessario fare una distinzione tra disturbo ossessivo-compulsivo e disturbo ossessivo-compulsivo di personalità  (Disturbi della personalità). Questa distinzione è basata sulla percezione che la persona ha dei comportamenti, dei sentimenti e delle idee che attua. Infatti, la persona che soffre di disturbo ossessivo-compulsivo è straziato da pensieri spiacevoli e da comportamenti rituali da lui stesso percepiti come maladattativi e fonti d’angoscia. All’opposto, la persona con disturbo ossessivo-compulsivo di personalità percepisce tali comportamenti funzionali e in sintonia con il suo Io (egosintonico).

A ogni persona può accadere che sorga, soprattutto quando si è stanchi e affaticati, un pensiero, un impulso aggressivo, o il ripetersi nella mente la melodia di una canzone, ecc., ma tale esperienza rimane circoscritta a quella circostanza, ossia non rimane in noi per mesi; diversamente accade a chi vive l’esperienza dolorosa del disturbo ossessivo-compulsivo.

Le ossessioni

Le ossessioni riguardano un pensiero, una paura, un impulso che ciclicamente e insistentemente invadono la mente, contro la volontà della persona, la quale ne riconosce l’assurdità e l’inutilità e cerca in tutti i modi di eliminarli per riconquistare la sua libertà mentale, di autoregolazione e auterealizzazione. In questa condizione la persona inizia una lotta senza tregua senza riposo e senza vittorie.

Le esperienze ossessive iniziano a manifestarsi in età giovanile, postadolescenziale, e si differenziano nelle tre seguente aree:

  • pensieri (ossessivi), come il timore di fare del male a se stessi e agli altri, come una serie di parole che non si vorrebbero pensare, ma che incessantemente persistono nel campo della coscienza.
  • impulsi (ossessivi), come il voler fare del male a se stessi o a gli altri con l’impulso a prendere un coltello per ferirsi o ferire; l’impulso a gettarsi giù da un ponte, finestra, ecc. Questi sono impulsi che, di solito, non sono attuati.
  • azioni (ossessive) di lavarsi le mani continuamente nel timore di contaminare se e gli altri; di mettere in ordine la casa, i libri, o altri oggetti con il terrore che le cose non siano mai in ordine. Tutto ciò è vissuto con una penosa sensazione di insicurezza.

Le compulsioni

Al fine di debellare questi pensieri, impulsi o azioni si strutturano nella persona le compulsioni, dette anche cerimoniali o rituali. Le compulsioni sono comportamenti ripetitivi, caratterizzati da gesti, azioni e pensieri mirati a contrastare l’ossessività e l’ansia conseguenti a questa lotta incessante. La compulsione non riesce a liberare la persona che dovrà in conseguenza di ciò aumentare e perfezione questo come essere in una spirale senza fine.

Agorafobia

agorafobiaChe cos’è?

L’agorafobia riguarda l’ansia relativa alla paura intensa provocata dalla reale o anticipata esposizione ad un’ampia gamma di situazioni.

La paura o l’ansia (patologica) è di stare in luoghi o situazioni in cui sarebbe difficile trovare una via di fuga o trovare una persona che possa aiutarci nel caso accadesse un altro attacco di panico, o altri sintomi invalidanti.

Essa fa parte delle ansie fobiche complesse (Ansia fobica) in quanto gli stimoli fobici  sono numerosi. Le situazioni in cui si attiva l’agorafobia riguardano:

  • Utilizzo dei trasporti pubblici (automobili, bus, treni, aerei)
  • Trovarsi in spazi aperti (parcheggi, ponti, piazze)
  • Trovarsi in spazi chiusi (negozi, cinema, teatri, luoghi angusti)
  • Stare in fila o tra la folla.
  • Stare fuori di casa da soli.

La reazione emotiva di paura intensa, angoscia, si scatena nel momento in cui la persona deve uscire di casa da sola. La persona prova un grave disagio nel trovarsi in luoghi o situazioni non considerate familiari; la paura è di non sentirsi in grado di fronteggiarlo allontanandosene o di trovare una persona che possa aiutarla.

Sintomi

L’ansia può essere di intensità lieve o giungere fino ad avere un Attacco di panico con “sintomi di panico”, quali svenimenti, tachicardia, vertigini e paura di morire e di non poter essere soccorso. Altri sintomi riguardano il vomitare e sintomi dell’intestino irritabile. Negli anziani la paura di cadere e nei bambini un senso di disorientamento e di sentirsi persi.

Il vissuto penoso dell’angoscia provata induce la persona ad evitare di ritrovarsi nella situazione che ha provocato la prima crisi mettendo in atto i seguenti comportamenti. Farsi accompagnare da una persona di fiducia al lavoro, a fare la spesa o programmare uno specifico percorso a suo avviso protetto, in cui ci siano possibilità di essere soccorsi, come ad esempio in percorsi dove si conoscono i negozianti, ci siano farmacie, uno studio medico ecc.

Per la persona tale condizione è così invalidante che comincia ad essere dipendente da familiari e/o amici per poter svolgere semplici attività quotidiane. E’ come se la persona cercasse negli altri le sicurezze che non sente in sé. Questa condizione di dipendenza dagli altri per potere svolgere la propria vita può portare la persona a un senso di frustrazione che può a sua volta condurre a una depressione secondaria.

Naturalmente, ogni persona ha uno  vissuto specifico e personale rispetto all’angoscia sentita e al comportamento utilizzato al fine di evitare situazioni o luoghi non sicuri; ma tale disagio psichico incide negativamente anche sulla qualità e libertà di movimento della persona, infatti l’evitamento può diventare talmente grave che alcune persone sono costrette a rimanere a casa in quanto è solo lì che la persona si sente al sicuro.

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